PREMESSA
La leggenda che qui si presenta appartiene al patrimonio orale di Apollosa ed è stata raccolta dalla viva voce degli anziani del luogo, ultimi depositari di un racconto che per generazioni si è tramandato accanto al focolare, senza mai conoscere, fino ad oggi, una redazione scritta.
Il suo fondamento materiale è preciso e verificabile nella memoria collettiva: fino agli anni Cinquanta del Novecento, tra i ruderi dell'antico castello in località Terravecchia, dove sorgeva l'abitato originario di Apollosa, a dominio della via Appia, erano ancora visibili l'entrata e l'uscita delle opere di sottosuolo della fortezza medievale. In quegli ipogei, per quanto se ne sappia, nessun apollosano ha mai osato entrare: ed è proprio da quel varco oscuro e mai varcato che la fantasia popolare ha tratto la materia del racconto.
Un'avvertenza è doverosa per chi accostasse questa tradizione ad altre consimili: il custode del tesoro di Terravecchia non è il drago delle leggende cavalleresche, estraneo alla tradizione apollosana, bensì il serpente, l'animale che da sempre incute all'uomo un timore istintivo e che nella lettura biblica, ben radicata nella cultura contadina del Sannio, rappresenta il demonio stesso. Questa scelta non è un dettaglio: essa colloca il racconto non nel repertorio fiabesco, ma in quello religioso e morale, facendone un piccolo esempio popolare sulla eterna lotta tra il maligno e la grazia.
La leggenda, infatti, culmina nell'intervento prodigioso di Sant'Anna, patrona di Apollosa, taumaturga venerata con profondissima devozione dagli apollosani , e non solo da essi. Storia suggestiva e fantasiosa, certo; ma tesa, come tutte le narrazioni di questo genere, a rafforzare la fede e il legame che la comunità ha sempre avuto con la sua Santa protettrice. In questo senso essa costituisce un documento prezioso: non della storia dei fatti, ma della storia dell'anima di una comunità.
A. S.
Il tesoro di Terravecchia
La leggenda del tesoro di Apollosa
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Dalla tradizione orale apollosana.
Sorge, sopra Apollosa, una collina che il bosco ha ripreso per sé. La chiamano Terravecchia, perché lì, prima che la storia disperdesse gli uomini e le pietre, sorgeva il paese antico, con il suo castello a guardia della via Appia. Del castello restano ruderi che il rovo custodisce meglio di qualunque sentinella; ma fino a non molti decenni fa, e i vecchi lo giurano perché le videro con i loro occhi, tra quelle pietre si aprivano ancora due bocche nere: l'entrata e l'uscita delle opere di sottosuolo della fortezza. Due bocche che nessun apollosano, in secoli di memoria, ebbe mai il coraggio di varcare.
Perché tutti, ad Apollosa, sapevano che cosa dormiva là sotto.
Narrano gli anziani che nei sotterranei di Terravecchia giaccia un tesoro favoloso: l'oro dei signori che tennero il castello, ammassato nei secoli delle guerre e murato nel ventre della collina quando il paese antico bruciò e gli uomini salirono a monte. Ricchezze da non potersi contare, dicono; tante che chi le trovasse non avrebbe più bisogno di lavorare, lui e la sua discendenza, fino alla fine dei tempi.
Ma quel tesoro non è senza padrone. A custodirlo, avvolto nelle sue spire attorno all'oro come attorno a una preda, sta un serpente gigantesco, antico quanto le fondamenta del castello. Non un animale come gli altri: il popolo, che nel serpente ha sempre riconosciuto la bestia della Scrittura, quella che nel giardino ingannò la prima madre, sapeva bene chi fosse veramente. Il serpente di Terravecchia era il demonio stesso, e il tesoro era la sua esca.
Perché il maligno, dicevano i vecchi, non regala nulla: vende. E il prezzo che il serpente chiedeva per il suo oro era il più atroce che si potesse immaginare. Chi voleva le ricchezze doveva portargli, nel buio degli ipogei, una creatura appena nata. Un'anima innocente, non ancora segnata dal battesimo del mondo, in cambio di tutto l'oro della collina.
Venne un tempo in cui uomini senza scrupoli, forestieri, dicono alcuni; gente del posto che la miseria aveva reso ciechi, sussurrano altri, decisero che quel prezzo si poteva pagare. Purché a pagarlo fosse il sangue altrui.
Una notte rapirono una neonata apollosana. La strapparono alla culla mentre la casa dormiva e se la portarono su per la collina, verso le bocche nere di Terravecchia, avvolta nelle sue fasce come un agnello condotto al sacrificio.Ma c'era una cosa che i malfattori non sapevano, e che avrebbe deciso la sorte di quella notte.
La madre della bambina era donna di fede profonda, devota come poche alla protettrice e taumaturga del paese, Sant'Anna, colei che aveva generato la Madre di Dio e che da sempre veglia sulle madri di Apollosa e sui loro figli. E per questa devozione aveva un'abitudine che ripeteva ogni sera come una preghiera: nel fasciatoio della sua creatura, tra le pieghe del lino, inseriva un'immagine benedetta della santa. Un piccolo rettangolo di carta, niente di più. Ma su quella carta c'era il volto di colei che il serpente non può guardare.
Gli uomini si divisero: alcuni restarono di guardia all'aperto, tra i ruderi, scrutando il buio; gli altri presero la bambina e scesero. Varcarono la soglia che nessuno aveva mai osato varcare, giù per i cunicoli dell'antico castello, verso il luogo dove il serpente attendeva il suo prezzo.
Nessuno sa che cosa videro laggiù, perché nessuno tornò a raccontarlo.
Si sa soltanto che, nell'istante in cui gli scellerati si fecero avanti per compiere lo scambio, l'innocente contro l'oro, la vita contro il metallo, dalle profondità della terra si scatenò un turbine. Un vento che non era vento, un rombo che fece tremare la collina fino alle radici. Il vortice travolse gli uomini che erano scesi e li inghiottì: di loro, da quella notte, non si seppe mai più nulla. Né i corpi, né le ossa, né i nomi. Come se la terra stessa li avesse cancellati.
Quelli che aspettavano all'esterno sentirono il boato salire dalle bocche nere e videro ciò che bastò a farli fuggire urlando giù per la collina, senza mai voltarsi, portandosi negli occhi un terrore di cui non vollero parlare per il resto dei loro giorni.
E la bambina?
La bambina, all'alba, era nella sua culla. Nella stessa culla da cui era stata strappata, avvolta nelle sue fasce, con l'immagine benedetta di Sant'Anna ancora tra le pieghe del lino. Dormiva serena, come se nulla fosse accaduto. Come se una mano, una mano di nonna, forte e gentile, l'avesse riportata a casa attraverso la notte.
Da allora nessuno cercò più il tesoro di Terravecchia. L'oro, se c'è, giace ancora nel ventre della collina, e con lui il suo guardiano. Gli apollosani fecero propria la lezione più profonda di questa storia: che nessuna ricchezza vale un'anima innocente, e che contro il maligno non servono coraggio né astuzia, ma basta la fede semplice di una madre e un'immagine di carta benedetta.
Le bocche nere degli ipogei rimasero visibili fino agli anni Cinquanta del Novecento, monito silenzioso tra i ruderi. Poi la terra e il bosco le chiusero, come a sigillare per sempre il patto infranto. Ma la storia continua a passare di voce in voce, dai vecchi ai giovani, ogni volta che si parla della collina antica.
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E ogni 26 luglio, quando la statua di Sant'Anna esce in processione per le vie di Apollosa,
c'è ancora chi, tra la folla, alza lo sguardo pensa a Terravecchia e
RINGRAZIA
Tradizione orale apollosana
- Apollosaincifre - Gennaio 2000 -
© Angelo Savoia
Brano musicale: Worlds di Aylex Fonte: https://freetouse.com/music